Dr._Caramagno_2_miniPubblichiamo la Testimonianza/condivisione del socio Pippo Caramagno, nostro presidente, dal titolo «Ascoltando il “silenzio interiore” al tempo del coronavirus».

Di fronte ad un virus che sta sconvolgendo la vita degli abitanti del pianeta Terra, come non avveniva da oltre cento anni, tutti stiamo vivendo o assistendo a dubbi circa il nostro Credo in un Essere superiore.

 La nostra associazione, l’Unitre, per statuto, è areligiosa e apolitica e quindi, quanto scrivo non è nella qualità di presidente della stessa, ma riguarda la mia semplice persona.

La quasi totalità dei nostri soci è credente nel Dio Padre Trinità professato dalla Chiesa cattolica; è battezzata e si dichiara credente in Gesù Cristo. Tuttavia in molti di essi, smarriti, scoraggiati ed impauriti per l’attuale pandemia si sono insinuati dubbi circa il loro Credo nel Dio Padre, assente e silente di fronte a tanto dolore o, ancor più, causa del dolore medesimo.

Gesù Cristo incarnatosi, 2020 anni fa, per realizzare il piano di salvezza del Padre a beneficio dell’umanità, rivela agli uomini il Padre, e rivela altresì l’uomo all’uomo e in Lui, tutti gli uomini, figli del Padre.

Gesù Cristo condannato dagli uomini, morto in croce, risuscitato, asceso al cielo è, per i credenti, il datore dello Spirito Santo.

Così come altri soci o nostri docenti, desidero condividere ed esprimere la mia personale testimonianza per come sto vivendo, in ordine alla Fede, questo eccezionale evento a carico dell’umanità.

Da diversi decenni cerco, con fatica e tanta buona volontà, di essere un seguace di Gesù Cristo, figlio di Dio Padre.

La pandemia non ha scardinato la mia Fede, ma comprendo quei cristiani feriti da tanti dubbi a seguito di essa.

Personalmente sono indotto, nel silenzio, a constatare i miei limiti umani, le mie fragilità, a rivedere la mia vita trascorsa e proiettarmi oltre i miei 82 anni attuali.

Ne sono convinto, “non tutto viene per nuocere!” e chissà quale bene possa generare, ai singoli individui e all’umanità, tale pandemia.

Da decenni sono abituato ad ascoltare “il mio silenzio”.

In questa particolare circostanza, infatti, tale ascolto mi è divenuto “prezioso” per sintonizzarmi con la mia anima, e ho maturato, ancor più, la convinzione che la Fede non dona risposte esaustive al dramma della sofferenza, e ai discepoli di Gesù Cristo la sof­ferenza non viene evitata.

Il nostro è un Dio che non fornisce spiegazioni al dolore, ma lo condivide e lo redime.

Dio non ama la sofferenza. Egli non manda le croci e Lui per primo, potendo, ne avrebbe volentieri fatto a meno.

Le croci le costruiamo noi, i nostri giri di testa, la nostra fragile condizione umana.

Nel silenzio interiore, nell’anima e non nella ragione, ho percepito come veramente nella quotidianità e lungo la vita, “tutto è vanità!”.

Riflettendo su quanto sta incidendo nella vita quotidiana di noi umani, l’attuale pandemia, ho provato intima gioia nel comprendere l’espressione evangelica “Beati i poveri”. (Trattasi dei poveri nello spirito).

Il sentirmi veramente fragile e un nulla di fronte a tanta sofferenza dell’uomo nel quale, questo invisibile virus può prendere possesso e con inaudite sofferenze portarlo alla morte, mi ha scosso nell’intimo fino a farmi sentire veramente povero.

Riconoscendo questa verità del mio essere, mi sento distaccato da ciò che è materiale: ricchezza, denaro, autosufficienza e più incline all’umiltà. Mi sento adesso veramente povero e come tale, fin d’ora, provo a godere intimamente della beatitudine promessa: che ricchezza!

L’ascolto attuale del mio “silenzio interiore”, ha accentuato altresì in me la conoscenza del mio essere uomo, spirito incarnato: non sono affatto “una parentesi fra due nulla”.

È veramente bello e gratificante sentirsi uomo, di grandezza inimmaginabile nel creato, composto di corpo, psiche e spirito.

E ciò qualunque siano le proprie condizioni fisiche, economiche, sociali e di vita relazionale.

(Si legga a tal proposito l’articolo del 24/12/2014 “Benigni e….le mie motivazioni cristiane a fondamento degli auguri natalizi e del nuovo anno”)

Purtroppo, durante questo triste periodo, per un improvviso malessere di natura neurologica, dal 24 marzo al 6 aprile c.a., sono stato ricoverato in ospedale. Non potevo ricevere visite di parenti e amici: ciò ha contribuito ad impreziosire il contatto con il mio spirito durante le lunghe giornate della degenza.

Così come improvviso e inaspettato è stato tale ricovero, la degenza ospedaliera mi ha fatto prendere coscienza della mia vecchiaia.

Essa mi è quasi arrivata all'improvviso, senza poterla scegliere. Ho riflettuto come essa è l'ultima stagione della vita, e come tale suscita domande e interrogativi facilmente segnati da paura e angoscia per il legame con la morte.

Mi sono soffermato in particolare su un aspetto, ossia sul rapporto con cui la vecchiaia si raffronta con la morte, che diviene il momento del passaggio verso l'Oltre, verso il mistero, verso l'Eterno.

Il papa Giovanni Paolo II scrisse agli anziani:

«Urge ricuperare la giusta prospettiva da cui considerare la vita nel suo insieme. E la prospettiva giusta è l'eternità, della quale la vita è preparazione si­gnificativa in ogni sua fase. Anche la vecchiaia ha un suo ruolo da svolgere in questo processo di progressiva maturazione dell'essere umano in cammino verso l'e­terno. [...] Se la vita è un pellegrinaggio verso la patria celeste, la vecchiaia è il tempo in cui più naturalmente si guarda alla soglia dell'eternità»

Durante i primi dieci giorni di degenza ospedaliera sono stato sottoposto a due TAC e due Risonanze magnetiche.

Non ho difficoltà a condividere l’intensità del mio ascolto interiore durante le circa quattro ore di immobilità dell’esame strumentale, nel tunnel della Risonanza.

In quelle ore ho quasi percepito l’anima in maniera inspiegabile. Essa mi invitava a rivedere il “film della mia vita”, per suggerirmi quasi delle modifiche in riferimento a taluni dettami evangelici.

Non erano, di certo, frutto di suggestioni psicologiche o ragionamenti celebrali. Erano suggerimenti provenienti da “qualcosa altro”: il mio spirito o anima

Essi mi facevano accettare la sofferenza presente, ringraziare il buon Dio della personale disavventura in atto. Pur nel fastidio dell’esame strumentale, quei suggerimenti mi davano un senso di pace per quanto mi facevano intuire circa la vita futura, alla luce degli insegnamenti di Gesù Cristo.

Quasi a conferma di quanto sopra trascrivo, per me e per i lettori di questa mia testimonianza-condivisione, quanto sinteticamente ricordavo di avere letto nel passato.

C. G. Jung (psicologo del profondo) scrive:

……….. “L'anima non è qualcosa di statico. Non dimora semplicemente dentro di me, non si limita a condurre una vita tranquilla e placida dentro di me. È piuttosto qualcosa di vivo, talvolta di vivissimo, dinamico. Agisce nell'ombra, senza che io possa influenzarla direttamente. Non posso descrivere in maniera univoca questa forza, né tantomeno coglierla. Ma sento che agisce, che agisce in maniera potente e tiene le redini in mano."

……………“l’anima non lascia nulla di intentato perché in noi siano ridestate le forze necessarie per vivere e strutturare la nostra esistenza in maniera sensata e ricca”.

Mi piace ricordare anche l'espressione del filosofo Kierkegaard: «Lava la tua ani­ma nel silenzio! La mia anima torna sempre ad aver bisogno di questo bagno nel silenzio per essere purificata e ristorata interiormente”.

Più volte, in questo periodo “dell’essere costretti a rimanere in casa”, nel silenzio detto, mi sono affiorati i contenuti di vecchie e attente letture sul valore di Dio, dell’anima, del vero senso della vita e della vita eterna.

“Nel giorno del battesimo Dio fece a noi dono dello Spirito Santo e per mezzo di Lui fece dono della sua vita”- (LG 4).

“I primi cristiani la chiamavano: ‘vita di Dio’ grazia.”

Dio, nel suo piano creatore, progettò e fece l'uomo orientato vitalmente a_sè, partecipandogli la sua stessa vita.

Desidero altresì condividere con tutti i miei amici dell’associazione che intimamente, in questo particolare periodo, ho percepito che il primo dovere sarà sempre quello di custodire intatto il dono del mio battesimo: grazia o vita divina per vivere trasformato, vivificato e rinnovato alla sequela di Gesù Cristo.

Forse, grazie allo spirito o anima, intuisco la certezza che già, in questa valle di lacrime, potrei pregustare quella che le Sacre Scritture ci presentano essere la pace e la gioia del Regno dei cieli o vita eterna.

Convinto del mio superiore intimo sentire, razionalmente, mi auguro che l’attuale pandemia potesse generare per l’umanità la coscienza di vivere da figli di Dio e per i cristiani, lievito di essa, la coscienza dei propri impegni battesimali, ricordando di essere tempio della gloria di Dio, dimora dello Spirito Santo.

Altra particolare riflessione, indottami dall’ascolto del mio silenzio, è la considerazione della morte quale nuova nascita che mi dà luce sul vero senso della vita terrena. Essa, per noi cristiani, trova così nella morte un nuovo inizio: abitare senza più limiti l’eternità, la vita eterna.

Con la morte l'uomo diventa quel che da sempre era chiamato a divenire, perché il Signore «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glo­rioso» (Fil 3,21). Per me cristiano tale certezza origina dalla fede nella risurrezione di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo.

Tenendo presente quanto sopra ho condiviso, oggi in me vivono due sentimenti opposti:

-      mi rammarico per i lunghi anni che ho vissuto con la scarsa o superficiale consapevolezza di essere figlio di un Dio-Amore, innestato, tramite lo Spirito Santo in Gesù Cristo, quale dono del mio Battesimo;

-      mi dà gioia e serenità la convinzione e certezza di essere destinato a godere per l’eternità, al di fuori del tempo e dello spazio, della visione e dell’amore del Dio trinitario.

Gioia e serenità, già fruibile in “questa valle di lacrime”, pur nelle difficoltà e sofferenze, se riesco a vivere secondo la Sua volontà.

Toccato nell’intimo da Dio, Agostino ha cambiato radicalmente la sua vita: la Fede e l’Amore verso Dio e verso il prossimo lo hanno trasformato nel modo che tutti oggi lo conosciamo, così da fargli esclamare: “Oh Signore, il mio cuore non ha pace finchè non riposa in te!”

                           Giuseppe Caramagno

 

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